Manifesto
Manifesto dell'Umano Aumentato
Parlare di intelligenza artificiale solo in termini tecnici significa guardare lo strumento e perdere di vista la mano che lo usa. Ogni interfaccia che risponde, anticipa, suggerisce o consola entra in una zona più antica del software: la zona del bisogno, della dipendenza, del riconoscimento, della paura e del desiderio.
Le tecnologie relazionali non nascono nel vuoto. Toccano bisogni che precedono il digitale: essere ascoltati senza interruzione, essere confermati, non sentirsi soli, non sbagliare, non perdere chi si ama, non restare indietro. Per questo l'IA non può essere compresa solo come efficienza. Va letta anche come esperienza psichica.
L'Umano Aumentato non demonizza l'IA. Sarebbe troppo facile, e anche poco utile. Ma non se ne innamora. L'innamoramento tecnologico rende ciechi quanto il rifiuto. Serve una posizione più difficile: osservare che cosa accade quando l'intelligenza artificiale diventa quotidiana, intima, disponibile, educata, paziente, sempre pronta.
Abbiamo bisogno di una psicologia dell'uso quotidiano dell'IA. Non solo per regolare le macchine, ma per comprendere come cambiano le abitudini interiori di chi le usa. Il punto non è chiedersi soltanto che cosa può fare l'IA. Il punto è chiedersi che cosa fa l'IA a noi: al nostro modo di pensare, scegliere, lavorare, desiderare, amare, ricordare e sopportare la frustrazione.