Radar 28 agosto 2026
Quando confidarsi non basta
Stanford University e Carnegie Mellon University, 4 ago. 2026 (Zhang, Zhao et al., Nature Human Behaviour): tra gli utenti di Character.AI, chi ha reti sociali offline più piccole tende a usare il chatbot soprattutto per compagnia, e questo uso è associato a un benessere psicologico più basso, in particolare quando è intenso e molto autorivelativo. Radice: autorivelazione e responsività percepita (Reis e Shaver).
A volte la presenza alla quale è più facile raccontare qualcosa di sé non è una persona.
Yutong Zhang, Dora Zhao e altri tre ricercatori della Stanford University e della Carnegie Mellon University hanno studiato il rapporto tra l’uso dei chatbot come compagni e il benessere psicologico. La ricerca, pubblicata il 4 agosto su Nature Human Behaviour, ha coinvolto 1.131 adulti statunitensi che utilizzavano Character.AI, una piattaforma sulla quale è possibile conversare con personaggi artificiali. Oltre ai questionari, gli autori hanno analizzato 4.664 sessioni di chat, per un totale di 464.687 messaggi, messe a disposizione da 237 partecipanti.
Le persone con reti sociali offline più piccole avevano una maggiore probabilità di indicare la compagnia come motivo principale per usare il chatbot. Separatamente, l’uso orientato alla compagnia risultava associato a un benessere psicologico più basso. Nei modelli basati sulla motivazione principale dichiarata, questa relazione era più marcata tra chi usava il sistema con maggiore intensità e tra chi si diceva più disposto a condividere pensieri, sentimenti e informazioni personali.
Il dato richiede cautela. Lo studio fotografa le persone in un solo momento e non permette di stabilire che cosa venga prima. Potrebbe essere l’uso del chatbot a contribuire al disagio, ma potrebbe anche accadere il contrario: chi dispone di meno sostegno o sta già peggio potrebbe cercare più spesso compagnia in un interlocutore artificiale. È inoltre significativo che l’intensità d’uso, considerata da sola, non fosse necessariamente associata a un benessere inferiore. A contare sembrano essere anche il motivo per cui si usa il chatbot e il contesto relazionale nel quale quell’uso avviene.
Il Titolo
Confidarsi è uno dei gesti attraverso i quali costruiamo vicinanza. Raccontare una paura, ammettere una fragilità o dare un nome a qualcosa che ci pesa può ridurre la distanza dagli altri. Per questo l’autorivelazione viene spesso considerata una componente importante dell’intimità e del sostegno emotivo.
Con un chatbot, quel gesto può apparire più semplice. Il sistema può essere disponibile in qualunque momento, non manifesta imbarazzo e può ridurre il timore immediato di essere giudicati. Nelle conversazioni esaminate dai ricercatori comparivano richieste di sostegno emotivo, difficoltà personali e, in alcuni casi, contenuti molto sensibili. Meno del 12 per cento dei partecipanti dichiarava la compagnia come ragione principale dell’uso; eppure, nelle descrizioni libere, più della metà ricorreva a parole come “amico”, “compagno” o “partner”. Nelle chat donate, la ricerca di sostegno emotivo o sociale era ancora più diffusa.
La facilità con cui ci si apre, però, non dice da sola che cosa quella conversazione stia producendo. I partecipanti riferivano anche effetti positivi: conforto, miglioramento dell’umore, minore solitudine. Ma nel modello basato sulla motivazione principale dichiarata, quando il chatbot assumeva soprattutto una funzione di compagnia, una maggiore disponibilità a confidarsi era associata a un benessere inferiore.
Non significa che parlare con un sistema artificiale faccia necessariamente male. Significa che raccontarsi e stare meglio non sono lo stesso processo. Il passaggio tra le due cose non è automatico, anche se nelle relazioni tendiamo facilmente a darlo per scontato.
La Radice
Una possibile chiave di lettura arriva dagli studi sull’intimità come processo interpersonale. Alla fine degli anni Ottanta, gli psicologi Harry Reis e Phillip Shaver proposero un modello nato proprio per evitare di identificare l’intimità con la sola autorivelazione.
Aprirsi può avviare un incontro intimo, ma non è sufficiente. Conta anche la risposta dell’altro e, soprattutto, il modo in cui viene percepita. Reis ha descritto questa esperienza attraverso il concetto di responsività percepita: sentire che l’altra persona ha colto qualcosa di essenziale di noi, vi ha riconosciuto un valore e si preoccupa di ciò che per noi è importante. Comprensione, validazione e cura trasformano un’informazione personale in un’esperienza relazionale.
Non tutte le confidenze producono questo effetto. Possiamo parlare senza sentirci ascoltati, ricevere parole rassicuranti senza sentirci compresi, oppure accorgerci che l’altro ha risposto soltanto alla superficie di ciò che abbiamo detto. L’intimità non dipende quindi dalla quantità di informazioni rivelate, ma da un movimento reciproco nel quale ciascuno modifica, almeno in parte, l’esperienza dell’altro.
Un chatbot può generare molti dei segnali linguistici che associamo a una risposta partecipe: attenzione, rassicurazione, continuità, assenza di giudizio. Lo studio di Stanford, tuttavia, non ha misurato se gli utenti si sentissero davvero compresi né ha valutato la qualità delle risposte ricevute. Non può quindi dirci se la mancanza di responsività sia la causa dell’associazione osservata.
Può però aiutarci a distinguere due esperienze che la fluidità della conversazione tende a sovrapporre: ricevere una risposta e partecipare a una relazione. La prima può essere prodotta con grande efficacia da un sistema. La seconda, nelle relazioni umane, comprende anche reciprocità, esposizione e la presenza di un altro che non è interamente disponibile ai nostri bisogni.
Perché conta
La questione non è decidere se un chatbot sia un interlocutore “vero” o “falso”. Per chi riceve conforto, il sollievo può essere reale. E in alcuni momenti un sistema sempre accessibile può offrire uno spazio nel quale formulare pensieri che non si riesce ancora a rivolgere a qualcuno.
Il problema emerge quando la facilità della confidenza viene scambiata per la completezza del legame. Le relazioni umane comportano attese, fraintendimenti, limiti e il rischio di non ricevere la risposta desiderata. Sono imperfette proprio perché dall’altra parte c’è qualcuno con una storia, dei bisogni e una libertà che non possiamo controllare. Un chatbot riduce molte di queste difficoltà, ma ridurre l’attrito non equivale necessariamente a costruire intimità.
Lo studio non dimostra che la compagnia artificiale sostituisca quella umana o che conduca a un maggiore isolamento. Mostra però che, nel campione osservato, chi disponeva di reti sociali più piccole cercava più facilmente compagnia nei chatbot e che questo uso non sembrava compensare il minore benessere associato a uno scarso sostegno offline. È il profilo di una possibile vulnerabilità, non una diagnosi né una condanna della tecnologia.
Forse è proprio questa la parte più umana della notizia. Quando ci sentiamo soli, possiamo essere attratti da un interlocutore che risponde sempre, non si stanca e non ci chiede di occuparci a nostra volta della sua fragilità. Ma ciò che rende una confidenza capace di avvicinarci a qualcuno potrebbe non essere soltanto la libertà di parlare. Potrebbe essere la possibilità che le nostre parole raggiungano un altro e abbiano conseguenze anche per lui.
Quando ci confidiamo, cerchiamo una risposta o cerchiamo qualcuno che possa essere davvero coinvolto da ciò che abbiamo detto?