Radar 18 settembre 2026
Come l'IA omologa la nostra scrittura
University of Southern California, 2026 (Sourati, Dehghani et al., Nature Human Behaviour): su oltre 880.000 testi, l'uso di IA generativa per scrivere e riscrivere riduce la varianza stilistica del 21-50% e appiattisce i segnali linguistici di età, genere, ideologia e valori morali. Radice: il vero sé e il falso sé di Winnicott.
Una frase può sembrare scritta da chiunque anche se porta la nostra firma.
Zhivar Sourati e un gruppo di ricercatori della University of Southern California hanno misurato che cosa succede alla scrittura quando diventa sempre più assistita dall’intelligenza artificiale. Lo studio, pubblicato su Nature Human Behaviour, si basa su tre analisi distinte e oltre 880.000 testi raccolti da Reddit, testate locali americane e articoli scientifici pubblicati su arXiv tra il 2018 e il 2023.
Nella prima analisi, i ricercatori hanno osservato una riduzione misurabile della varietà stilistica dei testi dopo il lancio pubblico di ChatGPT, nel novembre 2022, più marcata dove l’adozione dell’IA era più diffusa. In un secondo esperimento controllato, hanno fatto riscrivere gli stessi testi da diversi modelli linguistici (GPT-3.5, Gemini, Llama 3) con richieste comuni come “rendi più chiaro” o “correggi la grammatica”, osservando lo stesso effetto: la varianza nella complessità di scrittura scende del 21-50% rispetto ai testi originali, in modo statisticamente significativo.
La parte più interessante riguarda che cosa si perde in questo appiattimento. I ricercatori hanno preso testi di persone di cui conoscevano già tratti reali, come età, genere, orientamento politico e valori morali, misurati con questionari psicologici indipendenti. Hanno poi addestrato dei classificatori a riconoscere questi tratti dal solo stile di scrittura, confrontando le prestazioni su testo originale e su testo riscritto dall’IA. La capacità di riconoscere l’autore è calata in media del 6%, ma non è questo il dato più significativo: quando il classificatore sbagliava, non sbagliava a caso. Il testo riscritto tendeva sistematicamente a sembrare scritto da una persona più anziana, uomo, politicamente progressista, con valori moralmente più positivi ma meno empatia, indipendentemente da chi lo avesse scritto davvero.
Gli autori sono cauti nelle conclusioni. Riconoscono limiti nello strumento usato per riconoscere il testo generato dall’IA, che diventa meno affidabile quando il testo è scritto a quattro mani con un chatbot, e parlano di un’associazione tra adozione dell’IA e appiattimento linguistico, non di una prova diretta di causalità univoca, per quanto rafforzata da test statistici pensati apposta per verificare la direzione dell’effetto nel tempo.
Il Titolo
Gli strumenti di scrittura assistita non cambiano il significato di quello che scriviamo. Lo studio lo conferma esplicitamente: il contenuto centrale dei testi riscritti resta lo stesso. Cambia il modo in cui lo diciamo, e quel modo non è neutro: contiene tracce di chi siamo che il contenuto da solo non porta.
Un correttore che sistema la grammatica esiste da sempre. La differenza, secondo i ricercatori, è che un modello linguistico non si limita a correggere errori: propone la continuazione statisticamente più probabile di una frase, cioè quella più comune tra i testi su cui è stato addestrato. Applicato a milioni di persone che chiedono la stessa cosa, “rendi più chiaro questo paragrafo”, il risultato non è che ognuno scrive meglio a modo proprio. È che sempre più persone iniziano a scrivere nello stesso modo, quello che al modello risulta più probabile.
Non è un effetto che riguarda solo chi usa direttamente un chatbot. Gli autori notano che anche nel giornalismo, dove le redazioni tendono a limitare l’uso diretto dell’IA nei testi pubblicati, la varianza stilistica si è comunque ridotta. Una possibile spiegazione è che l’esposizione crescente a testi scritti o rifiniti dall’IA finisca per influenzare, quasi per imitazione, anche chi non la usa direttamente.
La Radice
Una possibile chiave di lettura arriva dalla psicoanalisi, e in particolare dal lavoro dello psicoanalista britannico Donald Winnicott sulla distinzione tra vero sé e falso sé.
Per Winnicott, il vero sé è la fonte dei gesti spontanei di una persona: quelli che nascono da un impulso autentico, prima ancora di essere adattati per essere accettati da chi ci circonda. Il falso sé, al contrario, si forma come risposta di compiacenza all’ambiente: una versione di noi costruita per andare bene, per non disturbare, per rispettare un’aspettativa esterna. Non è necessariamente patologico. Una certa dose di falso sé, per Winnicott, serve a vivere in società. Diventa un problema quando prende talmente il sopravvento da soffocare la spontaneità del vero sé, lasciando la persona con la sensazione di non essere mai davvero se stessa.
Il linguaggio scritto è uno dei territori in cui il vero sé si manifesta più facilmente: nelle scelte lessicali idiosincratiche, nel ritmo di una frase, persino nelle imperfezioni che un correttore automatico eliminerebbe. Sono proprio questi segnali, secondo lo studio, a essere sistematicamente erosi quando un testo viene “rifinito” da un modello linguistico ottimizzato per produrre la forma più comune e più accettabile.
Va detto con chiarezza: lo studio non misura l’autenticità soggettiva di chi scrive, né il suo benessere psicologico. Misura soltanto segnali linguistici statistici. Ma se prendiamo sul serio l’idea che scrivere sia anche un modo per portare all’esterno qualcosa del proprio vero sé, allora un testo levigato fino a somigliare a quello di chiunque altro può funzionare, linguisticamente, in modo simile a un falso sé: più presentabile, più conforme, ma più distante dalla voce di chi lo ha scritto.
Perché conta
Il problema non riguarda soltanto lo stile. Gli autori dello studio segnalano implicazioni molto concrete: in ambito clinico, alcuni segnali linguistici sono usati per riconoscere precocemente stati depressivi o pensieri suicidari; in ambito professionale, uno scritto troppo idiosincratico può penalizzare un candidato rispetto a uno più “levigato” dall’IA, anche a parità di contenuto; in ambito culturale, la progressiva uniformità del linguaggio rischia di cancellare proprio le variazioni che permettono di studiare comunità, epoche e identità diverse.
C’è anche un effetto che si autoalimenta. Man mano che più testo prodotto o corretto dall’IA finisce online, quello stesso testo diventa materiale con cui i modelli futuri verranno addestrati, rafforzando ulteriormente i pattern già dominanti. Non è un evento isolato, ma una tendenza che rischia di consolidarsi da sola nel tempo.
Nessuno propone di rinunciare a strumenti che aiutano a scrivere in modo più chiaro o più corretto. Ma forse vale la pena chiedersi, la prossima volta che un assistente propone di “migliorare” un nostro testo: quello che sta migliorando è davvero la comunicazione, o sta soltanto rendendo la nostra voce un po’ più simile a tutte le altre?