Vulnerabilità e attaccamento, luglio 2026

L'attrito che serve per crescere

Un gruppo di psicologi dell'Arizona State University, guidato da Thao Ha, ha pubblicato su The Lancet Child & Adolescent Health una riflessione su un fenomeno sempre più diffuso: adolescenti che si rivolgono a chatbot di intelligenza artificiale per consigli su amicizie, conflitti familiari e relazioni sentimentali. Non si tratta di un nuovo studio con dati sperimentali originali, ma di un commentary, una sintesi argomentata firmata da ricercatori e, significativamente, da due membri di un comitato consultivo giovanile, due studentesse liceali di 16 e 17 anni.

Gli autori partono da un riconoscimento onesto: l'IA può offrire benefici reali, soprattutto per adolescenti con accesso limitato al supporto tradizionale, chi vive in contesti rurali, chi ha disabilità, chi fa parte della comunità LGBTQIA+. Il punto che sollevano non è che l'IA sia dannosa in sé, ma che, senza accorgimenti specifici nella progettazione, possa sottrarre occasioni preziose di apprendimento relazionale.

Il Titolo

L'adolescenza è il periodo in cui si costruiscono competenze come la regolazione emotiva, la gestione del conflitto, la capacità di leggere il punto di vista altrui, la definizione dei propri confini. Questi meccanismi si allenano tipicamente attraverso interazioni cariche emotivamente, con coetanei, partner, familiari, interazioni che includono disaccordo, incomprensione, a volte rottura.

Un compagno IA è, per progettazione, quasi sempre disponibile e raramente conflittuale. Non si stanca, non si offende, non ha bisogno che l'altro faccia il primo passo per ricucire un rapporto. Gli autori sottolineano che proprio questa assenza di attrito, che rende l'interazione con l'IA così immediatamente rassicurante, è anche ciò che rischia di rendere l'esperienza meno utile ai fini dello sviluppo relazionale: senza disaccordo reale, non c'è nulla da riparare, e senza riparazione non si allena la competenza che permette di farlo.

La Radice

Una possibile chiave di lettura arriva dalla psicologia dello sviluppo, in particolare dagli studi di Edward Tronick sulla co-regolazione emotiva tra genitori e bambini, poi estesi ad altre relazioni significative. Secondo questo filone di ricerca, non è l'armonia costante a costruire competenza relazionale, ma un ciclo che si ripete: connessione, rottura, riparazione. È nel momento in cui un'interazione si incrina, per un malinteso, un disaccordo, un bisogno non soddisfatto, e poi viene ricostruita, che si impara a tollerare l'incertezza relazionale e a fidarsi che una rottura non sia definitiva.

Un'IA conversazionale, per come è tipicamente progettata, tende a evitare la rottura quasi per definizione: è programmata per essere accomodante, per non entrare in conflitto reale con chi la usa. Questo significa che l'adolescente che si confida con un chatbot invece che con un coetaneo o un familiare può ricevere ascolto immediato, ma raramente attraversa il ciclo rottura-riparazione che, secondo questa prospettiva, è ciò che costruisce resilienza relazionale nel tempo.

Perché conta

Gli autori non chiedono di allontanare gli adolescenti dall'IA, e riconoscono che per alcuni può essere un ponte prezioso verso un supporto altrimenti inaccessibile. Il punto che sollevano è più sottile: la tecnologia si sta diffondendo più velocemente di quanto la ricerca, e tantomeno le politiche pubbliche, riescano a comprenderne gli effetti. Come sottolinea la stessa Thao Ha, le tecnologie si sviluppano più in fretta di quanto gli scienziati riescano a studiarle.

Questo apre una domanda che riguarda chi progetta questi strumenti, non solo chi li usa: è possibile costruire un'IA che sappia, in qualche misura, non essere sempre accomodante? E se la risposta fosse sì, sarebbe comunque quello che genitori, educatori e gli stessi adolescenti vorrebbero da uno strumento pensato per essere, prima di tutto, rassicurante?

Torna all'osservatorio Segui la newsletter